LA MUSICA C’È ANCORA
L’unica costante in una vita in continuo cambiamento
🎵 Link to recommended sound track: Baba O’Reily, The Who
Qualche mese fa ho ricominciato a cantare. Niente di particolarmente eclatante. Canto soprattutto quando sono sola in casa o a squarciagola in macchina. Ogni tanto faccio qualche lezione con la mia amica Anissa Gouizi, cantante professionista, che continua a ripetermi che sarebbe un peccato sprecare il talento musicale che, a suo dire, ho. Negli ultimi tempi ho ricominciato anche a prendere in mano la chitarra, a scrivere piccoli frammenti di canzoni e a chiedermi se, dopo tutti questi anni, non sia finalmente arrivato il momento di registrare la musica che mi porto dietro da una vita.
Questo mi ha fatto realizzare una cosa. Qualche tempo fa avevo scritto che, se c’è una costante nella mia vita, quella è il cambiamento. Ho cambiato città, paesi, lavori, imprese e, in un certo senso, anche identità. Ricominciare da capo è diventato quasi il mio stato naturale. O almeno così credevo. Perché, riguardandomi indietro, mi sono resa conto che c’è sempre stata un’altra costante che mi ha sempre seguita in silenzio. La musica.
Per capire perché, però, bisogna tornare alla fine degli anni Ottanta.
Ci eravamo appena trasferiti nell’appartamento dove tuttora vive mia madre e io e mio fratello passavamo ore in cantina. Lì i miei tenevano la loro collezione di vinili, il giradischi e due enormi casse JBL. Eravamo affascinati da quei dischi, dalle copertine colorate, da quell’artwork che faceva sognare mondi ancora prima che partisse la prima nota.
Poi iniziava il rituale.
Sfilavamo il disco dalla copertina e poi dalla busta protettiva, tenendolo con estrema delicatezza, un dito sul bordo e uno nel foro centrale. Passavamo la spazzolina in velluto per togliere la polvere, accendevamo giradischi e casse, appoggiavamo il vinile sul piatto e abbassavamo lentamente la puntina. Prima ancora della musica arrivava quell’inconfondibile crepitio. E quella era già musica. Poi si ascoltava. Davvero. Fino all’ultima traccia. Un disco non era una raccolta di singoli, un best of una playlist This Is… di Spotify. Il nostro modo di ascoltare era diverso.
Il primo album che ricordo come una vera folgorazione fu Who’s Next degli Who.
In copertina c’erano i quattro componenti della band di ritorno da una pausa pipì nel mezzo del nulla, dopo aver apparentemente fatto i propri bisogni contro un enorme monolite di cemento. Era un’immagine dissacrante, divertente e irresistibile per due bambini di nove e sette anni. Posizionata la puntina partiva Baba O’Riley.

È una di quelle canzoni immense, quasi inspiegabili. Una vita intera racchiusa in appena cinque minuti. Un brano quasi psichedelicho nella sua evoluzione. Per me perfetto. Ancora oggi considero Who’s Next un capolavoro assoluto dalla prima all’ultima traccia e, già da bambina, credo di averlo ascoltato centinaia di volte.
Behind Blue Eyes fu anche il primo brano che mio padre mi insegnò a suonare con la chitarra e per questo, ogni volta che lo ascolto, sento che quella musica è intrecciata ai ricordi, all’affetto e a una sottile malinconia. E per la stessa ragione trovo una bestemmia la versione imbarazzante fattane dai Limp Bizkit.
La cantina non era soltanto il luogo dove scoprivamo la musica. Era anche il rifugio creativo di mio padre. Lì teneva la tastiera, i mixer, i pedali per gli effetti e un vecchissimo computer Atari con cui sperimentava registrazioni multitraccia. Era anche la sala prove. Ricordo ancora le domeniche pomeriggio, lui e gli amici che suonavano mentre noi bambini correvamo al piano di sopra e le mogli chiacchieravano davanti a un caffè.
La musica non restava confinata in cantina. Ogni volta che si partiva in macchina, i miei cantavano. Mio padre faceva parte di un coro polifonico, mia madre di un coro lirico, ed entrambi avevano una naturale predisposizione per le armonie. Ricordo canti alpini e canti francesi a più voci ascoltate dal sedile posteriore. Poi ci portavano a concerti, mostre ed eventi culturali di ogni tipo.
Nella nostra famiglia, la musica e l’arte in generale non sono mai state un semplice sottofondo. La cultura era (e tuttora è sia da mia madre che mio padre) considerata una cosa seria. Qualcosa di vitale. Una colonna portante della vita. Ripensandoci oggi, mi rendo conto di quanto sia stato un privilegio crescere così e di quanto debba ai miei genitori.
Da bambini i miei ci iscrissero a lezione di pianoforte per un paio d’anni. Anche allora, mio fratello dimostrava una predisposizione naturale alla musica. Tutte le sonate gli venivano bene quasi istintivamente e aveva già un bellissimo tocco, pur essendo il più piccolo dei due. Ricordo di essere stata un po’ gelosa del suo talento innato che dimostrava anche nella scrittura. Per un paio d’anni io cantai anche nel coro delle voci bianche del teatro e partecipai a produzioni della Bohème e della Cavalleria Rusticana. Niente di particolarmente prestigioso, sia chiaro. Nessuna parte solista, ma per me era magia. Vedere i cantanti d’opera sul palco, girare tra camerini, costumi, trucchi e luci, assistere a mesi di prove… era un mondo che mi affascinava. Ricordo perfino il direttore d’orchestra che, durante la prova generale, perse completamente le staffe e a suon di urla rimise tutti in riga.
La vera svolta arrivò in terza media. Una mia compagna di classe, Annalisa, suonò la chitarra durante lo spettacolo di Natale della scuola. Nessun virtuosismo, ricordo perfettamente che si trattava di Jingle Bells, eppure, per qualche motivo, vederla suonare alle prove con tanta naturalezza mi fece desiderare immediatamente di imparare.
In quel periodo, non ricordo come, ero già completamente presa da Guns N’ Roses, Skid Row e band rock più classiche, mentre mi avvicinavo anche alla scena grunge degli Alice in Chains, Blind Melon, Soundgarden, Nirvana ecc. Nel giro di poco iniziai a sognare di mettere su una band.
Cominciai così a prendere lezioni di chitarra con la classica che avevamo in casa e sarò sempre grata al mio insegnante, Giovanni Maroncelli (RIP), che con pazienza mi insegnava le mie canzoni preferite, non so come recuperando spartiti e tabulati di musicisti per un chitarrista classico come lui forse sconosciuti. Ben presto iniziai a desiderare una chitarra elettrica e implorai i miei di comprarmela, promettendo solennemente che avrei restituito i soldi spesi un po’ alla volta.
Ricordo ancora quando andai con mio padre da Vegliò, lo storico negozio di strumenti musicali di Via Roma a Fano, purtroppo oggi chiuso. In vetrina c’era una Fender Squier Bullet nera e fu amore a prima vista. Era una chitarrina coreana di modesto valore, con i pickup già un po’ arrugginiti, e costava, credo, intorno alle trecentomila lire.
Dopo un’intensa opera di convincimento consegnai a mio padre la prima rata, probabilmente cinquantamila lire avanzate da Natale, e ce la portammo a casa. Il resto, sospetto, mi fu silenziosamente condonato. Non ricordo infatti di aver mai pagato altre rate. Credo che i miei avessero capito che quella non era una passione passeggera e che vedere una figlia disposta a spendere tutti i suoi risparmi per uno strumento musicale fosse già una risposta sufficiente. Quella chitarra mi accompagnò per un paio d’anni, finché non dimostrai che con la musica facevo davvero sul serio. A quel punto i miei comprarono la Gibson Les Paul Standard di un amico che stava vendendo.
Avevo quattordici anni quando fondai la mia prima band. Eravamo quattro ragazze accomunate dalla passione per il rock, il movimento Riot Grrrl e per il grunge. Giravamo in pigiama, con abiti eccentrici comprati in Montagnola a Bologna e ci tingevamo i capelli di tutti i colori. Al di là dell’aspetto un po’ sopra le righe, però, musicalmente non eravamo affatto male.

Io cantavo e suonavo la chitarra solista, anche se di virtuosismi ne facevo ben pochi, e scrivevo e arrangiavo gran parte dei nostri pezzi. La stessa cantina che aveva alimentato la mia immaginazione da bambina diventò la nostra sala prove e teatro di mille avventure.
Suonavamo a volume altissimo, oltre che a ridere, gridare e gozzovigliare. Dopo le ripetute minacce della povera vicina, ormai esasperata dal rumore, traslocammo nella sala prove comunale di Gimarra, dove potevamo passare pomeriggi interi a suonare, fumare Amadis da due lire e fare tutto il casino che volevamo.
Ci chiamavamo Moody Rag Dolls e, per i quattro anni successivi, suonammo in lungo e in largo per Marche e Romagna, togliendoci anche qualche bella soddisfazione. Eravamo brave, avevamo un suono molto grezzo, diretto, e i nostri concerti erano tutt’altro che tranquilli. Nel 1996 registrammo il nostro demo in cassetta con il leggendario, e famigerato, rocker pesarese Paul Chain, assistito da Mario Mariani, nella casa di Paolo in via del Cadore, a Pesaro. Ancora oggi ricordo quell’esperienza come una delle più surreali e formative della mia vita.
La grafica della cassetta la realizzai da sola. Erano gli anni in cui si faceva tutto a mano. Fotocopiavo fogli, li ritagliavo, li reincollavo e li ricopiavo ancora, fino a ottenere un inserto pieghevole in bianco e nero che sarebbe diventato la copertina del demo: avevo ridisegnato in maniera alquanto amatoriale la Nike di Samotracia e il demo si chiamava Smoke Masters.
Con la stessa tecnica artigianale preparavo anche i volantini dei concerti. Una volta pronto il volantino madre, lo si portava dal Cinese in Via Nolfi a fotocopiare, e poi con il malloppo e lo scotch saltavamo in sella alle biciclette e passavamo il pomeriggio ad attaccarli alle fermate degli autobus, ai lampioni, alle vetrine dei negozi e davanti alle scuole.
A ripensarci oggi, già allora facevo branding.
Anche trovare concerti era un’altra storia. Si telefonava ai locali dal fisso di casa, si spediva la cassetta e poi si aspettava che qualcuno richiamasse. Piano piano iniziarono a farlo. Suonammo moltissimo in zona, ma anche in Toscana e persino a un festival in Francia, dove ci trattarono come delle vere rockstar, con autista, albergo pagato e tutto il resto. Un’esperienza indimenticabile.
Fu proprio a quel festival che conobbi anche il mio primo ragazzo, un metallaro francese con cui rimasi per due anni e con il quale, incredibilmente, mi sento ancora su Facebook ogni anno puntualmente per i reciproci auguri di compleanno. Conservo ancora tutte le nostre lettere scritte a mano: anche l’amore a distanza all’epoca era un’altra cosa, ma questa è un’altra storia.
Sul palco mi sentivo completamente a casa. Stare sotto i riflettori, esibirmi davanti a un pubblico e, quando capitava, mandare tranquillamente a fare in culo qualcuno che si permetteva di insultarci ad alta voce, mi veniva del tutto naturale. Pensandoci bene, da questo punto di vista non sono cambiata per niente.
Gran parte dei nostri pezzi erano scritti in un inglese piuttosto approssimativo. Eppure, quando li riascolto oggi, mi sorprendo a pensare che non fossero affatto banali, né per la struttura compositiva, né nei testi. E poi c’era quel suono grezzo e inconfondibile degli anni Novanta.
Ancora oggi, tornando a Fano, ogni tanto incontro qualcuno della mia generazione che si ricorda delle Moody Rag Dolls e immancabilmente mi chiede: “Allora, questa reunion quando si fa?”. Con le ragazze siamo rimaste molto amiche e ogni tanto ci scherziamo su. Non so se andremo mai oltre qualche prova. A dire il vero, i revival mi mettono sempre un po’ di malinconia.
Crescere a Fano, per quanto io la ami, significava anche non vivere esattamente al centro del mondo musicale. Andare ai concerti richiedeva una certa organizzazione e parecchi sacrifici. Mio padre, però, li faceva sempre volentieri. Ci portò a vedere tantissimi gruppi che amavamo. I Sonic Youth al Vox, i Soundgarden a Bologna quando Chris Cornell era ancora vivo, e molti altri.
Ricordo ancora il ritorno da un concerto dei Pearl Jam a Milano. La macchina si ruppe e tornammo a casa seduti per terra su un treno strapieno, mentre mio padre dovette ripartire qualche giorno dopo per recuperare l’auto chissà dove. Ah, le cose che fanno i genitori per i propri figli.
Intorno ai sedici anni mi innamorai definitivamente del metal. Black metal, death metal, power metal, hard rock, heavy classico. Ascoltavo qualsiasi cosa mi capitasse tra le mani. Ricordo anche le discussioni infinite con gli amici su cosa fosse veramente metal e cosa no. Da ragazzi si tende a essere un po’ assolutisti. Io ero già piuttosto onnivora e mi ritrovavo spesso a difendere il mio diritto di amare contemporaneamente i Blind Guardian e i Dimmu Borgir, posizione che alcuni amici puristi del black metal consideravano un’eresia.
Insieme a mio fratello e alla nostra compagnia di metallari iniziai a frequentare concerti e festival, scoprendo un ambiente completamente diverso da come viene spesso raccontato. Molti hanno un’idea distorta della scena metal. Io ci ho trovato soprattutto fratellanza. Eravamo tutti degli scappati di casa, dei diversi, che però si proteggevano a vicenda e sentivano fortemente di appartenere a qualcosa.

Dopo l’epopea dei Pearl Jam, i miei decisero finalmente di lasciarci andare ai concerti da soli in treno. Ripensandoci oggi, furono probabilmente gli anni più avventurosi della mia adolescenza. Ero l’unica ragazza del gruppo, ma eravamo molto uniti. Viaggiavamo sempre insieme, ci guardavamo le spalle e credo che questo bastasse a tranquillizzare i miei (o almeno me lo auguro). A diciassette anni prendevamo il treno fino a Milano per vedere i nostri idoli e poi passavamo la notte in stazione aspettando che riaprisse alle quattro del mattino. Salivamo sul regionale fermo sul binario e dormivamo lì un paio d’ore, finché alle sei in punto l’interregionale Milano-Ancona non partiva per Fano.
Naturalmente non esistevano i cellulari. Telefonavamo ai nostri genitori dalle cabine telefoniche per rassicurarli che eravamo ancora vivi e loro, con una fiducia che oggi mi sembra quasi impensabile, ci lasciavano vivere tutte quelle avventure perché sapevano che il nostro amore per la musica meritava di essere incoraggiato.
Ricordo tutti i Gods of Metal dal 1997 in poi. Il caldo infernale, i servizi pessimi, il cibo costosissimo e immangiabile, l’ubriachezza dilagante. Ma soprattutto ricordo l’entusiasmo, il senso di unità e condivisione con amici e sconosciuti. Alcuni dei ricordi più belli della mia giovinezza sono nati lì. In un’occasione rischiai seriamente la pelle. Gli Iron Maiden avevano attaccato Hallowed Be Thy Name e io mi ritrovai intrappolata nel mezzo di un pogo gigantesco. Non riuscivo più a uscire e stavo letteralmente svenendo, quando dal nulla comparve quello che ancora oggi considero un angelo custode. Mi sollevò letteralmente da terra, si fece largo tra la folla a pugni e gomitate e mi portò in una zona sicura. Ricordo ancora perfettamente il suo volto. Aveva lunghi capelli ricci. Potrei disegnarlo. Mi lasciò in un luogo sicuro, mi diede un bacio sulla fronte e si ributtò nel pogo come se nulla fosse. Ovunque tu sia, grazie ancora.
In quegli anni ero curiosa, inquieta e piena di voglia di imparare. Oltre alla chitarra, cominciai a suonare il basso e presi perfino lezioni di batteria. Allo stesso tempo scrivevo in continuazione. Poesie, testi di canzoni, pagine e pagine di diario che conservo ancora oggi.
Conclusa l’avventura delle Moody Rag Dolls entrai come bassista nei Bees Knees, una splendida rock band di Bologna capitanata dal compare marchigiano Diego con cui sono ancora in contatto. Poco dopo con i miei amici metallari e mio fratello (tutti musicisti molto abili) formammo i Valak, un gruppo black metal ma melodico con il quale registrammo un disco spettacolare di cui, ancora oggi, vado molto fiera.
Poi, a ventun anni, il richiamo dell’estero ebbe la meglio sulla voglia di restare in Italia. Con uno zaino in spalla e un biglietto di sola andata partii da sola per la Scandinavia. Vissi un anno a Göteborg. Arrivai senza conoscere nessuno e senza avere la minima idea di quello che sarebbe successo. Ma stavo andando nella patria del rock e del metal e, per qualche motivo, ero convinta che sarebbe andato tutto bene. E così fu. Quando iniziai a sistemarmi, mia madre mi spedì perfino il basso in Svezia. Santa subito.
Un giorno entrai in un negozio di strumenti musicali in centro e vidi un foglio scritto a mano appeso alla bacheca.
“Cercasi bassista”.
Senza pensarci due volte mandai un messaggio al numero indicato. Conobbi quel ragazzo la sera stessa. Era un mio coetaneo, si chiamava Peter ed svedese ma con madre cilena. Finimmo per ubriacarci in modo memorabile e diventammo molto amici. La band non nacque mai ma, tempo due settimane, andai a vivere nella “casa” dove abitava lui. Le virgolette sono d’obbligo in quanto si trattava di un’assurda e caotica specie di comune hippie nel cuore di Göteborg, proprio su Trädgårdsgatan. Di fatto era un centro olistico popolato da Hare Krishna, insegnanti di yoga, persone che leggevano le vite passate e frikkettoni di ogni genere. La gestiva una donna che si chiamava Jord, che in svedese significa “terra”, nome più azzeccato non poteva avere. Per arrotondare affittava alcune stanze a disperati come noi. Lì conobbi gli amici del mio amico, un gruppo di meravigliosi e scatenati ventenni svedesi e finlandesi miei coetanei, tutti musicisti per altro. Diventarono i miei amici più cari durante quell’anno e compagni di infinite avventure, alcune davvero da scavezzacollo. Una delle ragazze che conobbi in quella casa straordinaria, Riikka, è ancora oggi una delle mie più care amiche e ci vediamo quando si può in Finlandia, Londra o in Italia. Da allora la Scandinavia è rimasta il mio luogo del cuore. È uno di quei posti dove spero, prima o poi, di tornare a vivere per un po’.
Dai vent’anni in poi la musica non è mai uscita dalla mia vita. Ha semplicemente cambiato ruolo. Da qualcosa che facevo è diventata qualcosa che ascoltavo, attraverso cui riflettevo e che mi accompagnava nei momenti importanti. La voglia di viaggiare, di scoprire il mondo e di buttarmi in nuove avventure aveva preso il sopravvento sulla stabilità necessaria per portare avanti una band. Oggi, con internet, forse sarebbe stato diverso.
Negli anni ho vissuto in diverse città europee e la chitarra è sempre venuta con me. Non la suonavo con costanza, ma avevo bisogno di averla lì perché è una parte di me e perché “non si sa mai”. E da un “non si sa mai” all’altro, sono arrivata a oggi, con quella voglia di suonare, cantare e scrivere che lentamente ha ricominciato a bussare alla porta.
Qui a Londra ho portato la mia prima Fenderina comprata a rate quando avevo quattordici anni, ora ereditata da mio figlio. Io invece mi sono comprata una chitarra acustica da due lire, di quelle che ti distruggono i polpastrelli. La Gibson invece è rimasta a Fano e ogni volta che torno la prendo in mano e strimpello perdendomi nei vecchi riff e le canzoni che non ho mai registrato.
Mio figlio continua a chiedermi quando potrà avere la mia Gibson e io gli rispondo sempre che prima deve meritarsela. Visto che al momento ascolta trap, grime e affini, sto aspettando che ritrovi la retta via prima di concedergliela.
Ovviamente scherzo.
La musica merita sempre di essere ascoltata, qualunque sia il genere. Dopotutto i miei hanno sopportato una figlia che teneva la Bibbia Satanica di La Vey sul comodino e ascoltava musica di gente che girava con pezzi di teschio appesi al collo. Che sarà mai un po’ di trap?
Per me poi non è mai stata una questione di generi musicali, negli ultimi 20 anni mi sono appassionata di un sacco di generi e le mie playlist annoverano dal metal, al punk, alla balcanica, al folk, al pop più commerciale. Conta il modo in cui si ascolta.
Se ci sono curiosità, voglia di capire, desiderio di approfondire e di lasciarsi sorprendere, allora quella passione va coltivata a ogni costo. È esattamente quello che io e mio marito abbiamo cercato di fare con nostro figlio. La musica fa parte della sua vita da quando era piccolissimo e quando posso lo porto a un concerto. Ricordo ancora la sua espressione quando andammo a vedere Jeff Beck dal vivo, proprio l’anno prima della sua morte: non sapeva neanche chi fosse eppure rimase rapito. Per non parlare del concerto dei Kneecap che ci siamo visti assieme l’anno scorso. Energia e adrenalina pure. Sono ricordi per la vita che restano, che formano, che ispirano.
E oggi? Mio fratello che era sempre stato il più talentuoso dei due è diventato un compositore e musicista di professione e io sto lentamente e umilmente tornando alla musica, anche con il suo aiuto. Ho ricominciato a suonare e cantare, e voglio seriamente registrare alcune delle canzoni che mi porto dietro da decenni. Voglio farlo così, senza velleità di sorta, per la gloria. Per quanto riguarda l’ascolto, spendo una quantità imbarazzante di soldi in concerti di ogni genere. Vivere a Londra ha anche questo vantaggio: prima o poi passano tutti da qui e ho tutta l’intenzione di approfittarne finché posso.
Ripensando a tutta la strada fatta, mi rendo conto che la musica non è mai davvero uscita dalla mia vita. A volte è stata protagonista e altre si è limitata ad aspettare in silenzio, mentre io sfogavo la mia creatività in altri modi. Ma è sempre rimasta lì, come quella amica d’infanzia che senti poco ma sai che per te c’è sempre. Forse è per questo che non ho la sensazione di ricominciare da capo, ma semplicemente di tornare a casa da lei.
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